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Dalla piazza al molo: la pace che si fa accoglienza

Tricase-Leuca, 22 luglio 2025

La sera del 22 luglio, a Tricase in piazza Don Tonino, si è celebrato un momento di rara intensità spirituale: L’Ora per la Pace, un incontro di preghiera e riflessione animato da voci autorevoli e commosse provenienti da Gaza, Gerusalemme e da tante storie di frontiera.
Ma la pace, quella vera, non si è fermata alle parole della piazza. Ha proseguito il suo cammino, silenziosamente, verso il mare.


Poco dopo la fine dell’incontro, è arrivata una telefonata da Roma. Toni Mira, giornalista dell’Avvenire, ha avvisato: uno sbarco era in corso a Leuca.
Il Don non ha esitato: “Scendi a controllare.”
Così è cominciata un’altra “ora della pace”, diversa, concreta, incarnata.


Quando siamo arrivati sul posto, le operazioni di sbarco erano già in corso. Da un’imbarcazione della Guardia Costiera stavano scendendo 112 persone: 81 afghani, 30 iraniani e un pakistano.
Tante famiglie. Tanti bambini.

Ad accoglierli c’erano la Croce Rossa, le forze dell’ordine e alcuni rappresentanti del Comune di Castrignano del Capo, che avevano portato dell’acqua.
Era presente anche un’ambulanza. La situazione appariva più delicata del solito: una donna incinta era già in cura, due dei suoi tre bambini dormivano profondamente, evidentemente disidratati. Uno resterà per tutta la sera in braccio a un’operatrice della Croce Rossa, l’altro tra le braccia del padre. Il terzo, per fortuna, si riprenderà poco dopo.

La scena era carica di fragilità e dignità insieme: sei nuclei familiari, con 16 minori sotto i 10 anni, tutti provenienti dall’Afghanistan.
Il viaggio? Quattro notti e cinque giorni di mare. Gli ultimi due, roventi.
Disidratazione, piedi gonfi, malesseri diffusi: nove persone saranno ospedalizzate. Tra loro anche una madre con i figli piccoli, due giovani donne con gravi edemi, due uomini con problemi di salute pregressi.
Tra i presenti anche Ornella, che ha portato alcuni vestiti per bambini. Sono stati distribuiti in pochi minuti: i piccoli li sceglievano con cura, con gli occhi ancora stanchi ma accesi da un filo di gioia. Un bambino, in particolare, ha scelto i vestitini per i suoi fratellini e li ha tenuti stretti in mano fino a quando non sono saliti tutti sull’ambulanza.

C’era anche un uomo che non riusciva a staccarsi dalla sorella, che doveva essere ricoverata.

Abbiamo fornito loro alcune indicazioni su ciò che sarebbe accaduto di lì a poco: il trasferimento in pullman, il centro di accoglienza, le procedure.
Alcuni hanno condiviso frammenti della loro storia.
Leda, un’infermiera afghana che lavorava in Iran, ha raccontato le crescenti discriminazioni subite e la sua fuga: in un mese ha raggiunto la Turchia, da cui ha pagato 7.500 euro per tentare la traversata verso l’Italia.

Hamid e Rezha, fratelli ingegneri di 21 e 23 anni, sono arrivati da Kabul con la famiglia. Il loro sogno è raggiungere la Svizzera, dove vivono alcuni parenti.
Una coppia di giovani sposi iraniani, lei con i capelli biondi, lui con piercing al naso, ha chiesto con insistenza di non essere separata nel campo.
Un ragazzo di 14 anni traduceva dall’inglese al farsi, aiutando gli operatori.
Mariem, 12 anni, era stanchissima. I genitori chiedevano aiuto per la madre, affetta da ipotensione.


Sono emerse anche proposte pratiche per migliorare l’accoglienza sul molo:

  • rendere più accessibili i bagni chimici;
  • installare sedute semplici, anche in pietra;
  • favorire una comunicazione più immediata e chiara.

È stato un momento duro, ma vero. Umano. Evangelico.
Chi solo poche ore prima pregava per la pace, si è ritrovato a viverla donando
Una coperta, un gesto, una traduzione, una carezza.
Dalla parola all’azione. Dalla liturgia alla vita.

La pace è un ideale da gridare nelle piazze e una strada da percorrere, spesso in silenzio, una notte alla volta.

A cura di Massimo Buccarello
Referente dello sportello “Nessuno è straniero”

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