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Dalla testimonianza di Chiara Prontera, Casco Bianco di Caritas Italiana: l’umanità che resiste lungo la rotta balcanica.

Le parole che seguono nascono dall’esperienza vissuta, non dai libri o dai reportage.
Sono la voce, di Chiara Prontera, di Caritas Diocesana Ugento-S. Maria di Leuca, volontaria
Servizio Civile Universale – Progetto Caschi Bianchi – di Caritas Italiana presso Caritas Serbia, che ogni giorno
attraversa i cancelli del campo di Obrenovac e si confronta con una realtà che sfida ogni categoria,
ogni pregiudizio, ogni facile semplificazione. Una testimonianza che merita di essere ascoltata con attenzione, perché
racconta una verità che spesso rimane nascosta dietro i numeri delle cronache migratorie.

Chiara Prontera, casco bianco Caritas
Chiara Prontera, casco bianco Caritas

Il contesto — dove si fermano i viaggi della speranza

Per comprendere il peso di questa testimonianza, occorre prima situarla geograficamente e umanamente. La rotta balcanica è uno dei principali corridoi migratori europei, un percorso che attraversa i Balcani occidentali e che negli ultimi anni ha visto transitare centinaia di migliaia di persone in fuga da conflitti, persecuzioni e povertà estrema. Il campo di Obrenovac, a pochi chilometri dalla capitale serba, rappresenta una delle tappe di questo lungo viaggio verso l’ignoto.

“Sono passati poco più di due mesi dall’inizio del mio servizio civile universale con Caritas nel campo profughi di Obrenovac, a pochi chilometri da Belgrado. Il campo di Obrenovac è uno dei principali centri di accoglienza per chi attraversa la rotta balcanica e ospita principalmente persone provenienti dalla Turchia, dalla Siria, dall’Iraq e da varie zone dell’Africa.”

Rotta balcanica
Mappa rappresentante alcuni dei percorsi della cosiddetta rotta balcanica.

Due mesi: un tempo apparentemente breve che acquista un peso diverso quando si considera l’intensità dell’esperienza vissuta. In queste parole emerge già la consapevolezza di trovarsi in un crocevia di storie umane, un punto di convergenza di percorsi che arrivano da continenti diversi, accomunati dalla ricerca di protezione e di un futuro possibile.


Un modello di intervento integrato

La gestione del campo rivela un aspetto spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: la complessità organizzativa che sta dietro all’accoglienza umanitaria. Non si tratta solo di fornire un tetto e un pasto, ma di costruire una rete di supporti che affronti le molteplici dimensioni del disagio e del bisogno.

“Il campo è gestito dal Commissariato serbo per le migrazioni, ma con costante supporto di ONG locali e internazionali per la tutela legale, supporto psicologico e mediazione culturale.”

Supporto integrato nel campo
La collaborazione tra istituzioni e ONG per un’accoglienza completa

Questa collaborazione tra istituzioni pubbliche e organizzazioni non governative rappresenta un modello di sussidiarietà che va oltre la semplice distribuzione di competenze. È il riconoscimento che l’emergenza umanitaria richiede competenze specifiche e complementari: dalla conoscenza delle procedure legali al supporto psicologico, dalla mediazione linguistica all’accompagnamento sociale.


La forza disarmante dell’innocenza

Ma è nell’incontro con i più piccoli che la testimonianza rivela la sua dimensione più profonda e spiazzante.

“Ciò che colpisce di più nel primo periodo è l’amore che, soprattutto i più piccoli riescono a trasmettere anche solo con una carezza, pur non conoscendosi ancora del tutto.”

Bambini nel campo
L’innocenza che resiste nonostante tutto

Queste parole contengono una verità che va oltre la retorica dell’accoglienza. Descrivono un fenomeno quasi miracoloso: la capacità dei bambini di mantenere intatta la loro umanità nonostante abbiano attraversato esperienze traumatiche. La “carezza” di cui parla la volontaria non è solo un gesto fisico, ma il simbolo di una resistenza: la resistenza dell’amore contro la durezza del mondo, della fiducia contro la paura, dell’apertura contro la chiusura.


Le ferite invisibili di un’infanzia negata

Tuttavia, la testimonianza non cade nella tentazione di un’idealizzazione consolatoria. Con lucidità e onestà, la volontaria descrive anche il lato oscuro di questa realtà.

“L’impatto iniziale è stato forte; bambini lontani dalle loro madri che devono crescere in fretta senza poter godere della loro infanzia, donne sole costrette a crescere i propri figli senza nessun aiuto e la barriera linguistica a volte impedisce la creazione di rapporti umani, causando solitudine ed emarginazione, in un contesto già complesso.”

Difficoltà nel campo
Le sfide dell’isolamento e della separazione

Qui emerge la violenza subdola delle separazioni, spesso involontarie, che i percorsi migratori impongono alle famiglie. Bambini che diventano adulti prima del tempo, donne che affrontano la maternità nell’isolamento più completo, barriere linguistiche che trasformano la comunicazione da ponte in muro. La solitudine e l’emarginazione non sono solo conseguenze collaterali, ma vere e proprie emergenze umanitarie che richiedono interventi specifici e competenti.


Lo sguardo che non mente

Forse uno dei passaggi più intensi della testimonianza è quello che descrive gli occhi delle persone accolte nel campo.

“Dai loro occhi si percepisce incertezza e paura, ma nonostante questo riescono a tenere viva la speranza per un futuro diverso e migliore.”

Sguardi di speranza
Negli occhi, la compresenza di paura e speranza

Gli occhi come finestre dell’anima, si potrebbe dire, ma qui c’è qualcosa di più. C’è la capacità della volontaria di leggere oltre la superficie, di cogliere la compresenza di sentimenti apparentemente contraddittori. La paura e la speranza che convivono nello stesso sguardo raccontano la complessità dell’esperienza migratoria: non si tratta né di vittimismo né di eroismo, ma di una condizione umana che contiene tutto, il buio e la luce.


Il ruolo di Caritas: presenza prima che servizio

La descrizione del lavoro di Caritas rivela una filosofia dell’intervento che va oltre la logica assistenzialistica.

“In una realtà così difficile Caritas ha un ruolo importante: attraverso la nostra presenza sul campo offriamo supporto nelle attività educative e ricreative, mediazione linguistica, ma soprattutto una presenza umana costante su cui poter contare.”

Lavoro di Caritas
La presenza umana costante come punto di riferimento

“Presenza umana costante”: in queste tre parole c’è forse il cuore di tutto il discorso. Non si tratta solo di erogare servizi, ma di esserci, di rappresentare un punto di riferimento stabile in un percorso fatto di incertezze e precarietà. La costanza diventa essa stessa un messaggio: “Non siete soli, non siete invisibili, la vostra dignità è riconosciuta e rispettata”.


Il Kids Corner: pedagogia della normalità

La descrizione dello spazio dedicato ai bambini rivela un approccio pedagogico raffinato e consapevole.

“Durante le giornate al campo mi occupo principalmente del Kids Corner, ovvero uno spazio dedicato interamente ai bambini per svolgere in un ambiente protetto e accogliente varie attività come laboratori linguistici (studio inglese e serbo), lettura di racconti, giochi cooperativi al fine di favorire le relazioni tra diverse culture, collage con materiali di riciclo, pittura e uno spazio dedicato all’ascolto.”

Kids Corner
Il Kids Corner, spazio protetto per l’infanzia nel campo

Ogni elemento di questa descrizione merita attenzione. I “laboratori linguistici” non sono solo utili dal punto di vista pratico, ma rappresentano strumenti di integrazione e di empowerment. La “lettura di racconti” diventa un ponte tra mondi diversi, un modo per condividere immaginari e culture. I “giochi cooperativi” favoriscono l’incontro tra culture diverse, superando le barriere che gli adulti spesso faticano a oltrepassare. Il “collage con materiali di riciclo” trasforma il limite economico in opportunità creativa, mentre la “pittura” offre un linguaggio universale che non ha bisogno di traduzioni. Ma soprattutto, quello “spazio dedicato all’ascolto” rivela la consapevolezza che questi bambini hanno bisogno di essere sentiti prima ancora che di essere aiutati.


La responsabilità che trasforma

La testimonianza si conclude con una riflessione che rivela la maturità umana e professionale acquisita in questi mesi di servizio.

“Essere un punto di riferimento per loro è un ruolo di grande responsabilità e non sempre è facile, spesso ci si scontra con barriere culturali e linguistiche, ma ogni sorriso ricevuto è ciò che appaga di più.”

Sorrisi nel campo
Il sorriso come misura del successo umano

In queste parole finale c’è l’onestà di chi non nasconde le difficoltà, ma anche la scoperta di una forma di appagamento che non può essere misurata con i parametri abituali. Il sorriso diventa l’unità di misura di un successo che non sta nei numeri o nelle statistiche, ma nella capacità di restituire dignità e speranza a chi le aveva temporaneamente smarrite.


L’insegnamento di una testimonianza autentica

Questa testimonianza ci offre molto più di una cronaca dall’interno di un campo profughi. Ci restituisce una lezione di umanità che parte dal riconoscimento della complessità e arriva alla scoperta che l’impegno per gli altri è, in fondo, un percorso di crescita per se stessi. Le parole di questa volontaria ci ricordano che dietro ogni numero delle statistiche migratorie c’è una storia, dietro ogni storia c’è una persona, dietro ogni persona c’è una dignità che non può essere cancellata dalle circostanze, per quanto difficili esse siano.