Intervento – Tempo del Creato
Non siamo noi a custodire la Terra: è la Terra che da sempre custodisce noi. Eppure ce ne dimentichiamo. Pensiamo di essere i padroni del mondo, di poter gestire le risorse e i destini come se tutto ci appartenesse, ma se chiudiamo gli occhi e torniamo indietro all’infanzia, ci accorgiamo che è sempre stata la natura a tenere in braccio noi.
Un albero che ci ha dato ombra, un frutto che ci ha nutrito, un profumo che ci ha consolato. Vorrei raccontarvi allora una piccola storia. Non è mia, ma appartiene ad Antonio Gramsci. Dal carcere, scrivendo al figlio Delio, rievocava così un ricordo della sua infanzia:
Carissimo Delio, voglio raccontarti una storiellina della mia infanzia. Quando ero un bambino avevo scelto tra gli alberi di castagno che stavano intorno al nostro paese un albero che faceva i ricci più grossi e più belli di tutti e lo chiamavo “il mio albero del riccio”. […] Ti ho raccontato questa storiellina perché tu ti ricordi sempre di essere buono e affettuoso con tutti, e di voler bene alla natura e a tutte le cose che la natura ci dà spontaneamente e generosamente.
Questa piccola parabola dell’infanzia di Gramsci è preziosa. Ci ricorda che il nostro legame con la creazione nasce non dal possesso, ma dalla meraviglia. Non dall’avidità, ma dall’affetto. Non dalla proprietà, ma dalla cura.
La parabola dell’infanzia
L’io
Come il bambino che si affeziona a un albero, anche noi siamo chiamati a riscoprire lo stupore. L’io autentico non si costruisce nel dominio, ma nella capacità di meravigliarsi. Il primo passo dell’ecologia integrale è riconoscere che la vita non è conquista, ma dono.
Il noi
Ma Gramsci aggiunge: quell’albero non era mio. Era di tutti. Qui si apre la seconda dimensione: il noi. La natura è bene comune. Se io cerco di possederla da solo, la impoverisco. Se la condivido, si moltiplica. Il riccio stesso, con le sue spine che proteggono la castagna, diventa simbolo della comunità che custodisce la vita: insieme ci difendiamo, insieme ci sosteniamo.
La Chiesa
Scrivendo al figlio, Gramsci educava con amore a rispettare la natura e le persone. È ciò che fa la Chiesa: è madre e maestra che educa non con nozioni, ma con gesti di cura e con la testimonianza. Papa Francesco, nella Laudato si’, ci ricorda che l’educazione ambientale non è solo trasmettere informazioni, ma insegnare stili di vita: semplicità, sobrietà, gratitudine.
La Terra
Infine, la Terra stessa è come quell’albero del riccio: ci regala i suoi frutti generosamente. È madre che ci nutre, ci sostiene, ci governa, come canta san Francesco. Ma noi dobbiamo imparare a rispondere con responsabilità e gratitudine, riconoscendo che siamo parte di un dono più grande.
Vedete? Io, noi, Chiesa e Terra non sono cerchi separati. Sono anelli di uno stesso tronco, che crescono insieme. Sono come cerchi concentrici che si abbracciano, radicati nell’unico Creatore.
Il Cantico delle Creature ci dà la chiave di questa visione. Inizia con la parola Altissimo e si chiude con humilitate. Tra queste due parole si svolge la nostra esistenza: guardare in alto e camminare umilmente.
E allora, che il nostro “io” non si perda, che il “noi” non si spezzi, che la Chiesa resti segno di speranza, e che la Terra continui a cantarci, in umiltà, il Vangelo silenzioso della vita.
Altissimo e humilitate: così inizia e così termina il nostro cammino.


