FIORI TRA SPESSE MURA

Mentre ilPapacelebrava ilGiubileo dei DetenutinellaBasilica di San Pietro, sentivo vibrare in ogni parola qualcosa di profondamente familiare, qualcosa che sembrava parlare proprio delle persone che ho incontrato in questi due anni di lavoro per laCaritas Diocesana di Ugento-S.M. di Leuca, nel coordinamento e nell’accoglienza di chi vive l’esperienza direstrizione della propria libertà.
NellaIII Domenica di Avvento,Gaudete, la liturgia ci invita a gioire perché “la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà” non è un’utopia, ma unapromessa viva. Il Papa lo ha ricordato con chiarezza e dolce fermezza: «Celebrando oggi ilGiubileo della speranzaper ilmondo carcerario, per idetenutie per tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria, riscopriamo che la gioia nasce dall’attesa fiduciosa di unavita ritrovata».
Ha richiamato le parole diPapa Francesco, che aveva voluto dare un segno concreto di speranza, l’apertura dellaPorta Santa dentro il carcere, aRebibbia, invitando i detenuti a spalancare il cuore alla speranza.
La Giustizia è sempre Riparazione
Il Papa ha spiegato che se custodiamorispetto,misericordiaeperdonoanche nei luoghi più difficili, allora “fiori meravigliosi sbocciano, e persino entro le mura delle prigioni maturanogesti,progettieincontri unici nella loro umanità”. Questa non è solo un’immagine poetica ma unapresa di posizione radicale sull’umano.
Sono parole che risuonano dentro di me, perché descrivono esattamente ciò che ho visto, non solo statistiche, mavolti che si sollevano, relazioni che sbocciano dove sembrava possibile soltanto disperazione. Eppure, mentre ascoltavamo queste parole del Papa, il giorno prima aLecce, si è formato unpresidio silenzioso, fatto di corpi fermi, sguardi bassi e mani strette a causa dell’ennesimosuicidio. Perché ilcarcerecontinua a essere un luogo cheschiaccia, cheisola, cheuccide dentroprima ancora che fuori.

Volti che gridano: “Guardatemi, esisto”

Claudio Stefanazzi,deputato del parlamento italiano, dopo aver partecipato al presidio, è voluto entrare in quelle mura per verificare di persona lecondizioni drammatiche dei carceratidiBorgo San Nicola a Lecce. Ha visto una situazione che ha definito“esplosiva”:sovraffollamento,carenza di personaleefragilità psichiche lasciate sole, denunciando pubblicamente ciò che spesso restainvisibile.
Dietro questa constatazione, ci sono dati che fanno male:suicidi,tentativi di suicidio,autolesionismo. Numeri, sì, ma nel mio cuore non vedo cifre. Per me sono nomi che forse non pronunceremo mai più, ma che gridano: “Guardatemi,esisto ancora”.
Papa Francescolo ripeteva sempre: “Nessuno è il suo errore”. E ancora: “Lagiustizia senza misericordiadiventacrudeltà”. Non parole comode, ma unappello che brucia, chescuote. Sono parole che non si limitano a confortare: sono unasfida.
La misura della nostra civiltà
Io continuo a chiedermi: che senso ha la pena seannienta? Che senso ha la sicurezza se il prezzo è laperdita di umanità? Tutto il mio lavoro è nato da questa ferita. Dalla convinzione che ilcarcere non può essere l’unica risposta. Chepunire non deve mai significare distruggere. Che la società cresce solo quando è capace dicorreggere senza spegnere la speranza.
E come ha ricordato oggi il Papa, nella sua profonda omelia, l’annuncio delperdononon è un’astrazione: è un invito a riconoscere che «la giustizia è sempre un processo diriparazionee diriconciliazione», e che «nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto».
Papa Francesco, citava una frase che spesso viene attribuita aVoltaire: “ilcarcere misura la civiltà di un Paese”. Allora dobbiamo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Di chiederci se siamo disposti a vedere queivolti, davvero. Non solo quando muoiono. Non solo quando ilsilenzio diventa insopportabile.
Io continuo a credere, ostinatamente, che ogni volta che una vita si rialza, si rialza l’intera comunità. E ogni volta che un uomo ricomincia,ricominciamo tutti. Credo che dentro ogni muro, dentro ogni sofferenza, ifiori possano davvero sbocciare.



